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COME MI AVVICINAI AL VOLO

Piccola storia autobiografica

Ad Emilio


  

Perché un uomo impara a volare? E perché, nonostante questo non sia una delle cose concesse all'uomo, egli si ostina a staccare i suoi piedi dalla terra? Le risposte possono essere molte, a parte una grande passione celata, nascosta, coltivata inconsciamente da tenera età, forse, guardando con occhi sgranati gli aerei sfrecciare sopra di noi nell'immensità del cielo azzurro, immaginando i piloti di queste meraviglie come dei novelli Nembo Kid. Oppure, si dirà, per curiosità, per spirito di avventura, o semplicemente per provare delle sensazioni forti.

Personalmente, il mio approccio con il volo è nato per caso; per la concomitanza di numerose circostanze che si sono concentrate in un periodo speciale della mia esistenza.

Ma cominciamo dal principio.

Eravamo nella seconda metà degli anni '70; nella periferia di Roma si respirava ancora un'aria buona; eravamo in pieno boom delle radio private e quindi ascoltavamo musiche dedicate dai nostri amici anche invidiati per la possibilità di usufruire di questo nuovo strumento. Io lavoravo presso una azienda che si occupava di arredamento, ma con il mio datore di lavoro, spesso giocavamo alle cose più impensate essendo anch'egli del segno zodiacale dell'acquario, proprio come il sottoscritto e quindi aperto a tutte le novità.

Un giorno, non ricordo per quale ragione né per quale circostanza particolare, mi trovai a sfogliare una rivista nella quale si parlava di volo con deltaplano. Io ancora non potevo saperlo, ma il deltaplano in questione era uno dei primi prototipi esistenti; dirò per gli addetti che si trattava di un'ala Rogallo, (una delle più instabili e pericolose, ma che tuttavia ha insegnato a volare ad una generazione di piloti).Rimasi comunque affascinato da questa possibilità di volo, giacché le mie precedenti esperienze erano ferme all'età di nove anni, quando salii da passeggero su di un vecchio Fachiro all'Aeroclub dell'Urbe in compagnia di mio fratello maggiore che stava prendendo lezioni di volo poi interrotte dal suo matrimonio.(A volte, capita).

Io sono sempre stato intraprendente, sì, ma estremamente prudente; quindi le ambizioni di voli altissimi restavano, anche se l'interesse era ormai destato, a livello di letture. Cominciai così a cercare dei libri che parlassero di volo e di deltaplani, di modo di pilotarli e di tutte quelle nozioni che permettessero di erudirsi sull'argomento. Trovai, presso una libreria del centro, un vecchio libro che aveva la pretesa di insegnare a pilotare il deltaplano in pochi giorni e da soli. Lo bevvi avidamente, finché ne parlai con il mio datore di lavoro, che d'ora in poi chiamerò per semplicità Giovanni.

 

Giovanni fu entusiasta di questa idea. Lui era meno prudente di me e decise immediatamente di acquistare un esemplare di questo deltaplano per mettere in pratica tutte le nozioni apprese dal cosiddetto manuale. Cercai di dissuaderlo per quanto potevo e questa volta, per fortuna, vi riuscii. Giovanni disse che si sarebbe informato in giro per vedere se vi erano delle possibilità di trovare dei mezzi già pronti o dei piani per la costruzione di qualcosa di più sofisticato e magari con motore.

Dopo lunghe ricerche (in Italia, a quell'epoca, vi erano più o meno una decina di temerari che volavano con mezzi per lo più autocostruiti), giungemmo alla conclusione che avremmo senz'altro dovuto rivolgerci al nord, poiché, essendo più vicino ai paesi più evoluti, senz'altro avremmo trovato qualcosa che potesse soddisfarci. Infatti, in Lombardia trovammo un artigiano che, mosso dalla passione per il volo, aveva iniziato già da qualche anno la costruzione di attrezzi atti al volo. Si trattava di un non meglio identificato incrocio di un deltaplano (naturalmente Rogallo) con un telaio di tubi di alluminio ed un timone, spinto da un motore a piacere, (anche residuato di sfasciacarrozze), purché funzionante, dotato di un seggiolino all'aperto, sul quale il pilota stava in precario equilibrio, trattenuto solo da una blanda cintura di sicurezza.

Bello!- disse Giovanni.

Volerà?- chiedemmo.

Il costruttore ci assicurò che ce n'erano già diversi volanti, perciò volava di sicuro; e poi il suo prototipo era perennemente in aria, quindi nessun problema. Da notare che tutto questo si svolgeva sotto forma di conversazione telefonica, ed anche il Mezzo Aereo lo avevamo visto in fotografia, o meglio in fotocopia della fotografia. Tuttavia acquistammo immediatamente i piani di costruzione e cominciammo l'attesa densa di progetti e di fantasticherie varie su chi avrebbe volato per primo, su chi se la sarebbe fatta più sotto ed altre amenità del genere, che andarono avanti fino all'arrivo dei piani di costruzione ed oltre.

Ed i piani arrivarono a tamburo battente: contrassegno, in un plico raccomandato che fu aperto con deferenza, come se si trattasse di un plico sigillato della CIA; e fu con nostra meraviglia che la Macchina Volante fece il suo trionfale ingresso nella nostra vita, sotto forma di alcuni fogli disegnati con dovizia di particolari e corredati dalla lista dei possibili fornitori di pezzi speciali (tubi, ruote e compensato), necessari alla costruzione.

Era, all'epoca, autunno inoltrato; e con i primi freddi di quell'anno, prendeva forma giorno dopo giorno un attrezzo strano che riempiva di orgoglio me e Giovanni e di meraviglia e stupore i numerosi curiosi che erano in costante pellegrinaggio presso il nostro laboratorio. La costruzione era, col senno del poi, estremamente semplice; ma in quell'epoca e in quel contesto, estremamente difficile e complicata: non poche volte ho dovuto ricominciare da capo la costruzione di alcune parti particolarmente ostiche; acquistammo anche, per la velatura, una vecchia macchina da cucire industriale, con cui ho dovuto imparare l'arte del cucito, e con la quale, a forza di errori e ritagli, nacque una vela degna di Armani; ma si sa, la costanza ripaga e così la Macchina Volante raggiunse il suo compimento. Noi passavamo ore intere a sederci ai comandi (un bastone e due pedali) e ad imparare termini astrusi cercando di associarli a movimenti immaginari: cabrare, picchiare, virare, ecc. finché giungemmo al momento dell'installazione del motore.

Scegliemmo per la sua robustezza, la sua affidabilità ed altre numerose virtù, ma soprattutto perché lo trovammo a buon mercato da un vecchio sfasciacarrozze, il motore di una vecchia Diane 6 che, opportunamente adattato e dotato di un'elica costruita da noi (!),veniva messo in moto con il lancio dell'elica stessa.

Che motore! E che potenza!- si mormorava accelerando.

La primavera era quasi finita, le giornate erano calde e serene; ci avvicinavamo al vero e proprio collaudo di questo velivolo verso la buona stagione, e questo ci pareva di buon auspicio. D'altra parte, il Manuale di Volo che il progettista aveva allegato ai piani di costruzione dava poche nozioni, ma ferree: trovare un lungo prato, allacciare le cinture, dare motore e volare, volare, volare; per l'atterraggio, portarsi sul prato di prima, togliere motore ed atterrare.

Non un prato, ma una lunga strada in costruzione fu il teatro dei nostri primi rullaggi; una striscia di asfalto liscia e lunga, vero paradiso per i futuri aeronauti. E lì, a turno, ci alternavamo ai comandi, cercando soprattutto di far andare diritto lungo la strada l'attrezzo; naturalmente senza sollevarsi di un centimetro, a causa del motore invero alquanto fiacco, ma anche e forse soprattutto per la delicatezza usata nell'accelerare (dovesse sollevarsi davvero!).Le nostre prove ebbero fine in breve tempo: quello che occorse ad alcuni automobilisti che transitavano nella vicina strada, ad arrivare alla stazione dei Carabinieri più vicina per avvertire che probabilmente un aereo era atterrato o caduto, che sicuramente vi erano morti e feriti e che forse era anche preso fuoco, e chissà quali altre catastrofi erano o sarebbero successe: fatto sta che vedemmo arrivare a sirene spiegate con grande stridore di gomme, il furgone dei Carabinieri, alcuni anche in canottiera, non essendovi stato il tempo di vestirsi per la fretta di arrivare, cercando la zona della catastrofe raccontata dai presunti testimoni oculari.

Noi cercammo allora di spiegare alla meglio cosa stessimo facendo e di cosa si trattasse, quello strano aggeggio, ma vuoi perché non era mai stato visto prima, vuoi perché era pur sempre un mezzo con ruote e senza targa, vuoi perché l'essere stati disturbati per una cosa così strana aveva certamente messo di malumore il Brigadiere, la giornata finì con la nostra identificazione, con la diffida a continuare in pratiche simili in una, anche se in costruzione, pubblica strada, e con il sequestro di quell'attrezzo non identificato a scopo cautelativo, almeno fino a quando non si fosse scoperto che cosa fosse e a cosa servisse.

Fortunatamente, non essendo possibile portare in caserma la Macchina Volante, venne nominato Custode proprio Giovanni; quindi potemmo riportare in laboratorio il velivolo, con la convinzione che i collaudi si sarebbero dovuti, d'ora innanzi, svolgere in luoghi ben più nascosti, anche per scongiurare eventuali sicure brutte figure.

 

* PROSEGUONO I COLLAUDI*

 

 

Arrivò il mese di Agosto; e come per tutti i lavoratori  di questo mondo, giunsero le agognate ferie. Non potendo rimandare gli impegni  programmati in precedenza, quando nessuno di noi  era  un potenziale pilota, io partii per la montagna dove avrei  trascorso un  mese  lontano  dallo  stress  della  città, ma  anche  lontano dall'oggetto  che ormai polarizzava la mia  esistenza. Giovanni partì anche  lui  per  la  montagna, ma  esattamente   al  punto opposto, geograficamente  parlando, mettendo  tra me e  lui  molte centinaia  di chilometri; ma quel che era peggio, portando seco  la Macchina  Volante, assicurandomi  che, qualora  avesse  trovato  un idoneo  spazio, avrebbe proseguito i collaudi, che anzi, l'avrebbe certamente  fatta  volare  e che  quando  ci  saremmo  rivisti, mi avrebbe  certamente  portato  in  volo  insegnandomi  quello  che avrebbe   imparato  e  quindi  avvantaggiandomi  molto   (Non   mi ringraziare! ) nel rompere il ghiaccio con il velivolo.

Così partimmo. Mentre scorrevano i giorni, dai luoghi di villeggiatura avvenivano interminabili conversazioni telefoniche nelle quali Giovanni mi ragguagliava sugli sviluppi  giornalieri: oggi  ho rotto una ruota, oggi ho storto il carrello, oggi  abbiamo sostituito, con  l'aiuto  di  un fabbro del  paese  ormai assunto stabilmente, un pezzo di fusoliera, ecc. Per la verità, tutto questo durò  pochi giorni. Poi, un silenzio prolungato mi fece capire  che il  Velivolo  era ormai ridotto a un  ammasso  di  ferraglia, come confermò  Giovanni, con  la tela strappata e ormai  buono  per  il robivecchi. L'intenso periodo di prove ci aveva fatto dedurre che:

1: Questo velivolo non era il massimo che potessimo desiderare;

2: Era necessaria quantomeno una infarinatura nozionistica  prima di sedersi ai comandi;

3: Il motore di recupero non era sufficiente.

Infatti  il velivolo non era mai riuscito a  sollevarsi di un millimetro. Riusciva solo a sradicare siepi ed alberelli, ma i  cavalli/vapore  promessi erano, alla fine dei  fatti,  solo  un piccolo, sparuto    gruppetto   di asini/acqua    tiepida    che inequivocabilmente  ci  portarono  a rivedere  molte  cose  delle nostre convinzioni precedenti e ad abbandonare l'idea di un mezzo volante quantomeno bizzarro come quello appena distrutto.

 

 

*IL SALTO DI QUALITA'*

 

 

Le vicissitudini passate avevano lasciato in noi ancora  più forte  la  voglia  di  volare, magari con mezzi  più  adeguati  e certamente  più  sicuri  del  precedente; per  cui  decidemmo   di consultare ancora  il costruttore milanese per vedere  se  fosse nato  dalla  sua sapiente mano un nuovo velivolo più evoluto  di quello che avevamo distrutto. Il colloquio fu interessante e avvincente: era, infatti,  nato da poco un velivolo che questo sì, volava! Questo sì era sicuro  e facile da pilotare; questo, sì..ecc. A detta del costruttore, anzi, nessuno più usava quello precedente, ma erano passati  tutti (due  o  tre temerari) a questo nuovo trovandolo di  loro  grande soddisfazione.

Detto fatto, ordinammo immediatamente i piani costruttivi che giunsero  a tamburo battente. Effettivamente, la complessità e la dovizia  di particolari lasciavano intendere anche ad  un  occhio poco esperto   (non era il nostro caso, naturalmente)  che  questa nuova  macchina  assomigliava  veramente ad  un  piccolo  aereo, nonostante  i particolari spartani e le ali, o meglio, l'ala  fosse più simile a quella de un deltaplano che ad un aereo tradizionale. Forti  dell'esperienza  precedente, degli  errori   fatti, dei particolari  dovuti  ricostruire  più  volte, questa   costruzione andava avanti speditamente e giorno dopo giorno, prendeva forma il nuovo  velivolo. Era difficile conciliare il lavoro  dell'azienda con  quello  della costruzione  del mezzo. Certo   che  le  ore dedicate  al  velivolo non si potevano lesinare; tante tolte allo svago, ma anche piene di soddisfazioni quando qualche particolare usciva dalle nostre sapienti mani (!) uguale al progetto.

Il  laboratorio era piccolo, ma ingombro de migliaia di  cose tra  le  più disparate e apparentemente diverse tra  loro, tra  le quali noi ci districavamo con disinvoltura coi nostri utensili forando, tagliando, incollando, cucendo  e immaginando il giorno  in cui  il frutto del nostro ingegno (!) avrebbe preso la sua forma definitiva.

Nella  scelta del mezzo di  propulsione, questa volta, avendo ormai  acquisito della sana esperienza, ci affidammo a un  tecnico che  ci consigliò un motore austriaco, nato per le  motoslitte  ma usato in Francia e in America per questi velivoli. Il motore  era un  Rotax, che diventerà poi, col passare degli anni, famoso per  le sue caratteristiche in questo campo. Anche  l'elica  venne  acquistata.

Cominciavamo  ad  entrare   nella mentalità aeronautica, che lascia poco spazio  all'improvvisazione e molto  ai  particolari già fatti  e  provati, quindi  di  certo rendimento.

Terminammo   la  costruzione  veramente  in   tempo   breve. Assemblato il motore sul suo castello, finalmente potemmo sentirne il  rombo. Certo, questo sì, cantava! E veramente non si riusciva  a tenere fermo il velivolo in due persone, quando l'acceleratore era al massimo!

Fantasticando   dei  voli  che  avremmo   fatto   certamente l'indomani  giorno  della grande  prova, andammo  a  dormire. Nella notte, ognuno  di noi sognò incursioni su navi giapponesi a  bordo di velivoli ruggenti e grandi capriole sopra le nuvole….

 

 

AVVIANDOSI AL COLLAUDO..

 

 

La  giornata dedicata alla grande Prova  iniziò prestissimo, dato  che  il  compiersi della cosa era anche  subordinato  alla possibilità di trovare, molto  fuori città,  un  terreno  idoneo all'involo. Per cui, caricato il nuovo velivolo sul fido  carrello da barca appositamente modificato, iniziammo il trasferimento via autostrada,  con  tutte  le fermate necessarie per  dar  modo  ai curiosi  insistenti di spiegare cosa fosse quello strano  insieme di tubi, legno  e  tela  che  trasportavamo.  Senza  contare   la trepidazione che  ci assaliva ogni  qualvolta  incrociavamo  una pattuglia di carabinieri, guardie notturne o altro con una divisa, non  avendo certamente omologato il carrello per il trasporto  di cose certamente difficili da spiegare.

Giungemmo, però, a destinazione e, dopo una cernita  certosina dei  terreni  congeniali, la  nostra scelta cadde  su  un  pianoro abbastanza  lungo  che  ci doveva assicurare una  vasta  area  di manovra immaginando già le scarrocciate inevitabili del noviziato.

Scaricammo la Macchina Volante ed iniziammo il lungo  lavoro di  montaggio, supportati da curiosi e dal fratello  di  Giovanni che passava chiavi, martelli e bulloni, finché riuscimmo, alfine, a mettere in ordine di volo il velivolo.

Sorse, a questo punto, il dilemma su chi dovesse per  primo collaudare    l'attrezzo. Questo  problema fu    aggirato facilmente, essendo  Giovanni  già veterano per  aver  collaudato, anche  se distruggendola, la macchina precedente.  Quindi, calzato il  casco ed allacciate le cinture, fu avviato il  motore  con grande  emozione  di tutti i presenti  che, ormai, erano  entrati nell'idea  che il velivolo volasse, che il pilota pilotasse, e  che tutto questo fosse perfettamente normale.

Giovanni decise di eseguire un breve rullaggio seguito da un immediato decollo, data la sua esperienza. Noi vedemmo il velivolo rullare  verso l'inizio della striscia di prato finché  si  girò verso  di noi. Il motore aumentò il numero di  giri,  finché la macchina  si mosse. Fu veramente un decollo corto; il velivolo  si sollevò subito a circa tre metri dal suolo e fu in questo momento che Giovanni comprese che, in effetti, con il precedente  velivolo non era riuscito a sollevarsi nemmeno di un centimetro; quindi la fifa prese  il sopravvento. Giovanni spinse la  cloche  tutta  a picchiare  e  lui e la macchina atterrarono forzatamente  su  un fianco in un rovinio di tubi e terra, finché il motore si spense.

Nell'ammutolito  silenzio  che  seguì, mentre  serpeggiava  tra  i curiosi la  frase " - E'  morto?", si  udì la  voce  di  Giovanni attraverso  la  tela strappata delle  ali, " - Non  mi  sono  fatto niente,  non  vi preoccupate! ­" e subito  dopo vedemmo  uscire  il pilota, un  po'  frastornato ma indenne,  dai resti dell'attrezzo volante.

Terminò  così  la  prima  giornata  di  prove. Tornammo  in officina e costatammo i danni subiti: ala storta, carrello rotto, tela  strappata  ed altri piccoli particolari  da  rimettere  in sesto. Tutto  sommato, contenuti.  E considerando  la  settimana davanti, il   sabato   successivo  sarebbe   stato perfettamente riaggiustato  e pronto per ulteriori collaudi. Fu deciso però di trovare un vero aeroporto, magari abbandonato, dove proseguire le successive prove  e dove poter con più facilità  controllare  la dose  di acceleratore da usare per eseguire decolli più sicuri  e meno catastrofici.

La settimana che passammo districandoci tra il lavoro  dell'azienda e la sistemazione della macchina, ci portò a  riflettere lungamente   sulle vicissitudini  accadute.   Ma   non   scalfì minimamente  la determinazione    che ci muoveva  verso  la  meta prefissa: noi  dovevamo volare, ed  avremmo certamente  volato. Prima o poi.

Giovanni trovò, molto distante dalla capitale, un  aeroporto non  usato da tempo, ma perfetto per i nostri scopi: pista di  900 metri in asfalto, larghissima e custodita da un personaggio  unico al  mondo,  un misto  di contadino   e   imprenditore, grande appassionato  di volo, di notevole mole, con una faccia scura come un abissino, duro di espressione, in dialetto stretto, ma simpatico e sicuramente disponibile.

Inoltre  in  questo  aeroporto, era disponibile  un  capannone per  il rimessaggio  del  mezzo.  Un paradiso!.

Purtroppo, in quei giorni, l'Inverno era nel pieno della sua incombenza: la neve cadeva dappertutto e le strade dirette  alla pista di volo ne erano coinvolte. Anche all'aeroporto nevicava, ma  la  pista  era agibile e  quindi fu  deciso  di  recarsi ugualmente  in  loco  per  preparare  tutto  in vista di  tempi migliori.

 

 

SI VOLA !!

 

 

 

Andò Giovanni. Io, purtroppo, fui costretto per qualche motivo che non ricordo (ma doveva essere certamente di vitale importanza), a non partecipare. Ma ero presente con la mia anima aviatoria e bevvi, quindi, avidamente il racconto particolareggiato del lunedì successivo.

La Macchina Volante fu portata nella splendida pista individuata da Giovanni e messa in ordine di volo dallo staff che ormai si era creato per queste occasioni: Giovanni, suo fratello, il figlio che chiameremo Luca  ed il Custode del luogo. Disposta in pista e pilotata da Giovanni, iniziò la prova vera e propria.

Però la Macchina, nonostante gli incitamenti a gran voce del Custode, non voleva saperne di volare, né tantomeno di andare diritta in rullaggio e ad ogni accelerata, cambiava direzione a suo piacimento: ora a destra, ora a sinistra.. andando a fermarsi ai bordi della pista, ora dentro una cunetta, ora in un cespuglio.

Mi fu riferito che anche occasionali piloti più o meno blasonati lì presenti avevano ripetutamente provato a rullare con l'attrezzo, ma anche per loro la direzionalità era talmente problematica che ognuno di loro aveva desistito anzi sentenziando che questo velivolo non avrebbe mai volato.

In verità, vi erano alcune differenze notevoli di carattere aeronautico standard che rendevano unica questa macchina: la pedaliera, per esempio, essendo quel mezzo un due assi, era stata collegata ai freni differenziati e l'impennaggio verticale del direzionale era collegato alla cloche al posto degli alettoni che non c'erano; ma per un pilota classico era impensabile che la cloche muovesse il direzionale!!

Non paghi di ciò, avevamo messo la manetta in posizione rovescia, cosicché spingendo si toglieva motore e tirando lo si aumentava.

Ovvio che, dopo un piccolo assaggio, chiunque conoscesse minimamente le basi aeronautiche standard avrebbe subito capitolato!

Per quanto riguarda Giovanni, il problema principale era sicuramente la fifa indotta. Infatti, memore del suo primo collaudo, si guardava bene di dare motore al massimo… e quindi il velivolo giungeva in zona critica, sollevando ora un'ala, ora l'altra, senza raggiungere la velocità adatta per alzarle tutt'e due.

Visibilmente sconcertato, Giovanni affermò che forse questo velivolo non era costruito in modo tale che potesse volare.

Ci tenemmo questi dubbi per tutta la settimana, ma non ci venne neanche lontanamente in mente di desistere; quindi, quando giunse la domenica successiva, il mattino pungente e innevato ci trovò, all'alba, tutti schierati dinanzi all'hangar con il velivolo in bella mostra e con il custode che indossava un cappotto in felpa pesante fino a terra, e che nel suo italiano dialettale ci incitava affermando che " Lu coso volerà."

Nell'estate passata e nel tempo trascorso per la costruzione del nuovo prototipo, mi ero personalmente convinto che la cosa più importante che mi mancava fosse la nozionistica, la cultura aeronautica: e per questo mi ero dato da fare presso amici piloti di esperienza che mi trasferirono un'infinità di nozioni e di consigli, anche ingegneristici, che ero pronto a mettere a frutto. Per cui decisi di infilarmi il casco e di domare quel puledro selvatico che si rifiutava di farsi pilotare.

Mi ero fatto una specie di ruolino di marcia che intendevo seguire alla lettera:

Prendere confidenza con le manovre a terra;

Provare a sollevarsi di pochi centimetri;

Ripetere all'infinito i due punti fino a raggiungere la padronanza del mezzo.

Così feci. Dai primi rullaggi con difficoltà di direzione, passai in breve a rullaggi diritti e precisi. In fondo era come pilotare una specie di go-kart…

Nel pomeriggio decisi di passare alla seconda fase e di superare quel gradino di manetta che teneva ancora per terra le ruote e…volai!! A trenta centimetri da terra, per cento metri, ero salito in aria!! Alla fine, togliendo dolcemente il motore, il mezzo si posò delicatamente. Certo il merito era del mezzo volante, che seppur spartano, era perfettamente centrato e facilissimo da pilotare, ma per la prima volta, da solo e su un mezzo costruito da me, …avevo volato!!!

Ci furono scene di gioia, di euforia, pacche sulle spalle, spumante ed altre cose che non ricordo, e l'immancabile " Te lo si ditto che lu coso vola?" da parte del Custode.

La settimana successiva volavo ormai lungo la pista con naturalezza ed, anzi, portavo Giovanni come passeggero decollando in cento metri e volandone cinquecento a cinque metri da terra.

Anche Giovanni provò numerose volte, ma non riuscì a superare quella specie di blocco forse dovuto agli spaventi precedenti. Luca, invece, decollava ed atterrava con facilità.. potenza della gioventù!

 

Questo racconto finisce qui. Successivamente tante cose sono successe: Giovanni ha fatto per un paio di anni il passeggero, poi ha volato da solo ed ha volato per tanti anni, finchè ci ha lasciato a bordo degli aerei che tanto amava. Lo ricordo con tanto affetto, anche lui è stato uno dei precursori che hanno fatto la storia del volo ultraleggero. Luca è diventato un buon pilota, ha volato e vola tanti aerei con la costanza e la professionalità che sottolineo con piacere. Io ne ho costruiti e volati tanti, di aeroplani: molto più evoluti di quello, naturalmente, ed ho fatto di questa passione una professione.

Ho avuto ed ho tante soddisfazioni dal mondo del volo: la mia nipotina, che a cinque anni ha fatto i primi saltini con me sul mio ultraleggero, oggi pilota aerei commerciali da secondo ufficiale in una grande Compagnia; ho conosciuto e conosco persone grandi, piloti impagabili, istruttori che non potrò mai dimenticare, persone che mi hanno trasmesso nozioni ed umanità, esperienza e professionalità e che mi hanno onorato o mi onorano della loro amicizia.

 

Certo, imparare a volare così, col senno del poi, non lo rifarei. Ma le sensazioni, le soddisfazioni provate sono impagabili. Vivono con me, fanno parte di me e le può capire solo chi, come me, ama questo mondo meraviglioso del volo.

Frankavio

 

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